Oggi è il primo giorno di una lunga permanenza a Creta. Le prossime settimane sarò infatti impegnato a Festòs (grazie di cuore professore), ma prima, grazie ai miei consueti giorni di anticipo, ho deciso di fare una scampagnata fuori Heraklion sulle orme di Bartolomeo da li Sonetti, marinaio-geografo veneziano del XV sec. poco noto al vasto pubblico. Si tratta di una personalità del tutto singolare: il suo isolario dell’Egeo – un genere al confine tra letteratura e geografia che descriverò oltre – è infatti corredato da sonetti (da qui il soprannome dell’autore) che lasciano trasparire una sensibilità velatamente nostalgica associata a delle velleità erudite ed antiquarie che poco si accompagnano ad uno scafato (perdonate il gioco) lupo di mare.

Il mio interesse è soprattutto da inquadrare nel più ampio contesto della “thalassocrazia” veneziana, in particolare il rapporto tra la Serenissima e la sua colonia più cara e longeva (più di 450 anni di dominazione): Candia (Creta).

Candia Santa Maria del Giglio
Rilievo di Candia, Facciata della chiesa di Santa Maria del Giglio, Venezia (XVII sec.)

Gli isolarii

I cd. isolarii sono sostanzialmente dei cataloghi ed inventari di isole, comprensivi di descrizioni geografiche e carte topografiche e nautiche. Affini ma di più ampio respiro rispetto ai portolani, queste raccolte sono precipuamente create nell’alveo delle Repubbliche marinare (ma non solo) e destinate a circolare tra i professionisti della navigazione rinascimentale (Donattini 1994-95, pp. 211-212; Sparavigna 2015). Questi elenchi sono particolarmente interessanti perché lasciano trasparire, tra le righe, le rotte e i disegni, una precisa percezione dello spazio, tutt’altro che scontata o equivalente a quella contemporanea (consiglio in merito la lettura de La vertigine della lista di Umberto Eco 2009).

Spesso le pagine venivano corredate anche di informazioni non strettamente utilitaristiche: aneddoti, avvertimenti e notazioni pseudo-storiche arricchivano la lettura, nutrendosi e alimentando allo stesso tempo l’immaginario leggendario connesso all’esplorazione via mar.

Tra i più antichi esempi di questo genere sono di certo da ricordare quelle del fiorentino Cristoforo Buondelmonti (Descriptio insulae Cretae – 1417; Liber Insularum Archipelagi – 1420-22), di cui una presenta delle interessanti tavole illustrate anche su Creta e il monte Iuktas (come mostrerò oltre), e del tedesco naturalizzato sempre nella capitale toscana Enrico Martello (Insularium Illustratum – 1480-96).

L’isolario di Bartolomeo da li Sonetti

Come già accennato sopra, l’opera del veneziano Bartolomeo da li Sonetti si discosta dal solco della “tradizione” dei precedenti isolarii. In primis manca, curiosamente, il titolo. Tuttavia il primo sonetto, che si avvia con l’espressione Periplus nison “giro delle isole” (Donattini 1994-95, pp. 217-18), lascia poco spazio a fraintendimenti sul genere letterario di appartenenza. Il “giro” si snoda sostanzialmente tra i mari cari alla Serenissima: le principali isole dell’Egeo, più, immancabilmente, Cipro.

Periplus nison nel qual se contiene
sesantasete ogni insula magiore
novantaoto e poi che son minore
riposte in questo egieo che le sostiene
Si come el ciel che le stele ritiene
qual picole qual grande e qual migliore
cusi son queste e qualunque le score
con il mar tranquilo de belta ripiene …

Dal primo sonetto “introduttivo” (Bartolomeo da li Sonetti)

Ma è soprattutto la curiosa e stravagante alternanza di componimenti poetici e carte geografiche a rappresentare la caratteristica precipua dell’opera.

la rassegna di quelle isole è condotta, coerentemente con quanto annunciato dal nome del suo autore, in versi: fondendo in un ibrido insieme, dal sapore per la verità alquanto inconsueto al gusto del lettore contemporaneo, rime e notizie geografiche, figure poetiche e avvertimenti per i marinai. Ne risulta un singolare canzoniere, in cui come in una collana si alternano sonetti e carte geografiche

Donattini 1994-95, p. 212

Aspetto tutt’altro che secondario, l’isolario di Bartolomeo da li Sonetti è noto per essere il primo atlante stampato e, in quanto prodotto editoriale (anche se precoce), accuratamente sottoposto ad un processo di scarna, ma elegante, impaginazione.

Rodi Isolario Bartolomeo
La doppia pagina dedicata all’isola di Rodi: a sx i due sonetti, a dx la carta geografica

Candia, lo Iukta e il sepolcro Giove

All’isola di Candia (Creta) Bartolomeo riserva un trattamento del tutto preminente nel panorama del suo isolario. A lei infatti dedica ben otto sonetti, inoltre la carta geografica si sviluppa su una doppia pagina. Il curioso orientamento “capovolto” (con il nord in basso) è – a mio avviso – frutto di una scelta consapevole: è infatti il verso più utile a chi si approccia all’isola arrivando dall’Egeo e quindi da Venezia (un po’ come un odierno navigatore).

Candia Bartolomeo da li Sonetti
Dettaglio della mappa dell’isola di Creta ritratta come si sarebbe presentata arrivando da Venezia (il nord è infatti verso il basso)

La prima quartina apre il canto a Creta tratteggiandone i topoi più celebri: i legami con Giove, il rapporto col mare, e le sue cento città di omerica memoria (Iliade, II, 649: Creta ἑκατόμπολις). I riferimenti colti, più o meno velati e snocciolati, ancora una volta, quasi come un elenco, includono Dante, Virgilio, Plinio il Vecchio ed altri autori antichi. La menzione di queste auctoritates (come argutamente li rubrica Donattini: 1994-95, p. 214) appare tuttavia programmatica e da intendere forse più come convenienti cammei evocati a garanzia della bontà dell’opera.

L’insula de gran iove tanto degna
la qual si siede vasta in mezo il mare
con il monte ideo e cento cita apare
in lei gia grande et vberima regna …

Dal S. primo per linsula de candia (Bartolomeo da li Sonetti)

La descrizione di Bartolomeo da li Sonetti sembra essere ripresa, poco meno di 100 anni più tardi, per l’iconografia di uno dei rilievi del fregio della loggetta del Sansovino, ai piedi del campanile di San Marco e prospiciente la Porta della Carta, l’ingresso più monumentale al complesso di Palazzo Ducale. Giove è ritratto disteso tra la feconda terraferma e i flutti dell’Egeo; alle sue spalle un’architettura classicheggiante composta da un tempietto verosimilmente ottagonale e coronato da una cupola e lanterna, due obelischi e una sorta di muratura circolare. La struttura potrebbe forse essere ispirata ai mausolei e alludere al sepolcro di Giove del quale parlerò subito oltre (Heinrichs 2013, p. 214, n. 65).

Loggetta del Sansovino rilievo di Giove
Creta come Giove. Rilievo della loggetta del Sansovino, Piazza San Marco, Venezia (prima metà XVI sec.)
Loggetta del Sansovno
Loggetta del Sansovino (prima metà del XVI sec.), Piazza San Marco Venezia. La metopa al centro ritrae la personificazione di Venezia come la Giustizia; quella di sinistra Giove a Creta; quella di destra Venere a Cipro.

Creta è infatti “l’insula de gran iove” per le tradizioni che la legano tanto alla nascita quanto alla morte – o, per meglio dire, al suo sepolcro – della divinità. Tra i tanti autori riporto Esiodo (Teogonia 453-491), che ricorda come Rea avesse trovato rifugio a Creta per partorire Giove al riparo dalle insidie di Crono; Apollodoro (Biblioteca I 1, 5-7) colloca in modo più preciso la sua nascita all’interno di una grotta sul monte Ditteo ma, come spesso accade per i miti, altre versioni – tra le quali quella di Callimaco (che peraltro pone il dubbio di uno Zeus Ditteo o Liceo) e Ovidio – menzionano invece anche l’antro Ideo (monte Ida), opzione evidentemente preferita anche da Bartolomeo da li Sonetti. Per una introduzione al tema della nascita di Giove, che non coinvolge solo Creta, consiglio il commento di Frazer alla Teogonia di Esiodo, edito in italiano da Adelphi, e Thorne 2000, pp. 154-156. Davanti alla moltitudine di presunti luoghi di nascita di Giove si arrende pure l’indefesso Pausania:

Quantunque se ne avesse tutta la brama sarebbe impossibile enumerare tutti coloro, che pretendono essere nato Giove, ed essere stato allevato presso di loro.

Pausania, 4.33.1

Forse ancora più complessa è l’origine della tradizione della morte di Giove a Creta e la localizzazione del suo presunto sepolcro. Una traccia dell’antica circolazione di questa vicenda è chiaramente presente in Callimaco (Inno a Zeus) che però respinge con fermezza la credenza attraverso le parole di Epimenide (? sul paradosso di un cretese che bolla tutti i cretesi – e quindi sé stesso – di mentire, vedi Caneva 2010, 11) :

“I Cretesi mentono sempre”: anche la tomba tua, Signore,
hanno architettato i Cretesi. Ma tu non sei morto: sei eterno.

Callimaco, Inno a Zeus (8-10)

La faccenda è particolarmente spinosa (per chi volesse approfondirla consiglio Cook 1925, pp. 940-943; Kokolakis 1995; Postlethwaite 1999), ma la credenza dell’esistenza di un sepolcro di Giove è sostanzialmente circoscritta all’ambito locale cretese. La storia sembra rinverdirsi solo con la brama aneddotica dei marinai italiani rinascimentali, e in particolare grazie all’opera di Cristoforo Buondelmonti sopra citata. Costui infatti riconosce, senza dubbi, il sacro sepolcro del dio in un’antro del monte Iukta (Archanes, vicino Cnosso): sepulcrum Iovis Maximi, corredato di una misteriosa iscrizione ormai (opportunamente) illeggibile. Verosimilmente il mito si fonde qui con la particolare orografia: il monte Iukta appare infatti, per il viaggiatore – compreso il sottoscritto – che arriva dal porto di Heraklion (l’antica città di Candia veneziana) come un gigantesco volto assopito (o, appunto, morto). Per approfondimenti consiglio Heinrichs 2013.

Il profilo antropomorfo del monte Iukta arrivando da Heraklion

Una volta cristallizzata e diffusa grazie a Buondelmonti, la tradizione cretese del sepolcro di Giove viene ripresa e replicata negli isolarii e atlanti, generando anche varianti come quella di Enrico Martello, dove la tomba è raffigurata come un mausoleo-tholos, conformazione forse riecheggiata nel rilievo della Loggetta del Sansovino prima citato.

Monte Iupiter Isolario Bartolomeo
Monte Iupiter nell’Isolario di Bartolomeo da li Sonetti

L’isolario di Bartolomeo da li Sonetti non si spinge a raffigurare la tomba, e si limita ad indicare il monte Iukta come iupiter. Tuttavia nell’ultima terzina (alla quale si aggiungono tre ulteriori versi in coda; non sempre sono propriamente dei sonetti) del secondo componimento per Candia, si legge:

La tonba dove iaze le sua ose
se pol al monte iupiter trovare
con le pigrama in sua speloncha pose
E credo il monte fose
Derivo dal suo nome ela standia
Con lui fa segno ala cita chandia

S. secundo per linsula de Candia

Il santuario, Anemospilia e Palekastro

In calce è doveroso ricordare che il monte Iukta è rinomato per la sua connotazione sacra almeno sin dall’Età del Bronzo. Su una delle sue cime è installato infatti un noto “santuario delle vette” (non vi dico la fatica per raggiungerlo!) particolarmente legato con il vicino palazzo di Cnosso (Karetsou 1981). La struttura appare inserita in un percorso che la collegava anche all’edificio a valle di Anemospilia (sede di un presunto sacrificio umano: Sakellarakis, Sapouna-Sakellaraki, pp. 268-311) e alla più vicina struttura di Alonaki (Karetsou 2013).

Vari articoli e contributi ipotizzano ed enfatizzano una possibile radice “minoica” del mito locale del sepolcro di Giove, forse inizialmente legata ai cicli stagionali di rinascita e morte, tuttavia – a mio modesto avviso – è meglio essere prudenti quando si gettano ponti con campate così lunghe.

Basata su evidenze più solide appare invece la possibile continuità di culto presso Palekastro, sull’estremità orientale dell’isola. Nei primi anni del Novecento gli scavi inglesi hanno infatti riportato alla luce un santuario dedicato allo Zeus Dicteo, attivo soprattutto tra il VIII/VII e V sec. a.C. (cfr. Guarducci 1983, p. 38 e Thorne 2000), costruito sulle rovine dell’antica città minoica dell’Età del Bronzo. Nella stessa località è stata inoltre ritrovata una epigrafe mutila, datata al III sec. d.C., che riporta il celebre inno, noto anche “ai Cureti” che si apre:

Iò, Kuros grandissimo: salute, o figlio di Crono, signore supremo della gioia. Sei giunto alla testa dei dèmoni. Vieni (anche) per (questo) anno a Dikta e godi dell’inno…

Guarducci 1983, p. 40

Zeus/Giove – identificabile, anche se non esplicitato, in quanto “figlio di Crono” – è qui celebrato come un giovane dio dalla natura ciclicamente redidiva e feconda che viene sollecitato a ritornare a Dikta, il suo santuario (per un approfondimento consiglio Guarducci 1983 e Thorne 2000; sulla questione dello Zeus Cretagenes e Olimpico un buon punto di partenza è Vikela 2003).

Particolarmente interessante – oltre alle ricorrenze in Lineare A e B (Crowther 2000) – è il ritrovamento, sempre a Palekastro, del celebre Kouros datato al TM IB (ca. prima metà XV sec. a.C. per la cronologia tradizionale): una statua polimaterica (ben 50 cm) in avorio, oro e altri materiali preziosi che ritrae un giovane uomo con la gestualità delle mani portate al petto, tipica anche dei votivi in argilla diffusi in tutti i contesti sacri minoici, in particolare i santuari delle vette (come quellol vicino di Petsophà, che ancora non ho visitato). L’opera, ricomposta da numerosi frammenti a seguito di un’azione volutamente e violentemente distruttiva, è oggi ospitata (ma tristemente poco valorizzata!) nel museo archeologico di Sitia.

Museo Sitia
Il museo archeologico di Sitia. In generale l’allestimento è molto apprezzabile, ma forse il kouros meriterebbe una illuminazione dedicata e un contesto ad hoc che lo isoli dalle altre opere (che tra l’altro non c’entrano nulla con lui) e lo valorizzi

Ma adesso è l’ora di restituire l’auto e tornare il albergo, da domani inizia il lavoro a Festòs.


Letture consigliate

  • Bloedow, E.F. 1991, Evidence for an Early Date for the Cult of Cretan Zeus, Kernos 4, pp. 139-177.
  • Caneva, S.G. 2010, Raccontare Zeus. Poesia e cultura di corte ad Alessandria, a partire dall’Inno I di Callimaco, Pallas 83, pp. 295-311.
  • Coldstream, J.N. 2003 (II ed.), Geometric Greece: 900-700BC, London and New York.
  • Cook, A.B. 1925, Zeus. A Study in Ancient Religion, Cambridge.
  • Crowther, C. 2000, Dikte, in Macgillivray, Driessen, Sackett (eds.), pp.145-148.
  • Donattini, M. 1994-95, Bartolomeo da li Sonetti, il suo isolario e un viaggio di Giovanni Bembo (1525-1530), Geographia Antiqua 3-4, pp. 211-236.
  • Eco, U. 2009, La vertigine della lista, Milano.
  • Guarducci, M. 1983, Ancora sull’inno cretese a Zeus Dicteo, in Scritti scelti sulla religione greca e romana e sul Cristianesimo, London, pp. 38-44.
  • Halbherr, F. Orsi, P. 1888, Antichità dell’Antro di Zeus Ideo, Mus. Ital. di Ant. Class, III, Firenze.
  • Heinrichs, J.D. 2013, The Topography of Antiquity in Descriptions of Venetian Crete, in N. Avcıoğlu, E. Jones (eds.), Art, Architecture and Identity in Venice and Its Territories, 1450-1750, pp. 205-218.
  • Howard, D. 1975, Jacopo Sansovino: Architecture and Patronage in Renaissance Venice, New Heaven-London.
  • Karetsou, A. 1981, The Peak Sanctuary of Mt. Juktas, in R. Hägg, N. Marinatos (eds.), Sanctuaries and Cult Places in the Aegean Bronze Age, Stockholm, pp. 137-153.
  • Karetsou, A. 2013, The Middle Minoan III building at Alonaki, Juktas, in C.F. Macdonald, C. Knappett (eds.), Intermezzo: Intermediacy and Regeneration in Middle Minoan III Palatial Crete, London, pp. 71-91.
  • Kokolakis, M. 1995, Zeus’ tomb. An Object of Pride and reproach, Kernos, 8, pp. 123-138.
  • Macgillivray, J.A. Driessen, J.M. Sackett L.H. (eds.) 2000, The Palaikastro Kouros: A Minoan Chryselephantine Statuette and its Aegean Bronze Age Context, London.
  • Morresi, M. 2000, Jacopo Sansovino, Milano.
  • Postlethwaite. N. 1999, The Death of Zeus Kretagenes, Kernos 12, pp. 85-98.
  • Sakellarakis, Y. Sapouna-Sakellaraki, E. 1997, Archanes. Minoan Crete in a New Light, Voll. 1-2, Atene
  • Sparavigna, A.C. 2015, A Venetian Book of Islands: the Isolario of Bartolomeo Da Li Sonetti, Philica (Article number 459).
  • Thorne, S. 2000, Diktaian Zeus in later Greek Tradition, in Macgillivray, Driessen, Sackett (eds.), pp.149-162.
  • Vikela, E. 2003, Continuity in Greek Religion: The case of Zeus Cretagenes, in W.F. Bakker et al., Cretan Studies Vol. 8, Amsterdam, pp. 199-216.