Nel mio terzo giorno di viaggio ho deciso di farmi accompagnare a Orcomeno dal periegeta Pausania. Nel libro IX della sua nota guida, l’autore dedica cinque capitoli alla città beota, soffermandosi dapprima sugli aspetti mitologici e/o storiografici, per poi proseguire con la descrizione dei principali monumenti. Pausania è una straordinaria fonte, per quanto complessa, per la ricostruzione dei contesti antichi. Va ricordato infatti che nella sua guida descrive ciò che vede e recepisce di persona durante la sua periegesi in Grecia nel II sec. d.C., quando ancora molte testimonianze, spesso oggi perdute, erano preservate o quantomeno avevano subito meno alterazioni o spoliazioni.

Acropoli di Orcomeno
L’acropoli di Orcomeno (Beozia)

Seguendo quindi le orme di Pausania, e il commento di Frazer, sono partito di buon mattino per visitare il cd. Tesoro di Minias (tomba a tholos micenea), il monastero di Koimesis Skripou che ingloba i resti di una struttura micenea forse palatina, l’acropoli e infine le sorgenti del Melane dove un tempo sorgeva un tempio di Eracle.

Orcomenos
Arrivando ad Orcomeno da Tebe

Percorrendo la strada veloce che collega Tebe ad Orcomeno passando per Aliartos, in passato un’area sommersa stagionalmente dal lago della Copaide, all’orizzonte si delinea sempre più chiaramente l’altura sulla quale si arrampica la città antica. L’odierno villaggio, come spesso accade, si è sviluppato alle sue pendici e purtroppo ben poco è rimasto dell’opulenza che riportano le fonti “le ricchezze di Orcomeno e di Tebe d’Egitto, dove ogni casa ha ingenti tesori” (Hom. Il. 9.381). Lo stesso Pausania, già nel II sec., ricorda come “Orcomeno, città illustre e gloriosa quant’altre mai in Grecia […] anch’essa era destinata a fare una fine non molto migliore di quella di Micene e di Delo” (Paus. IX 34, 6). È forse Frazer, a commento proprio dell’opera di Pausania, a descriverne meglio la morfologia: “at its eastern and the ridge descends in a long and gentle slope, expanding fan-like as it descends, to the Copaic plain” (Frazer 1898).

Tesoro di Minias

Tesoro di Minias
Dromos del Tesoro di Minias (tomba a tholos micenea)

Sulle pendici della collina, in prossimità del teatro del IV-III sec. a.C., è possibile visitare una delle più splendide tholoi micenee: il cd. Tesoro di Minas, mitico re di Orcomeno celeberrimo per la sua ricchezza. Pausania ricorda che “Minia aveva cespiti d’entrata tanto imponenti che superò in ricchezza i suoi predecessori e fu il primo […] che si fece costruire un apposito locale per conservarvi i suoi tesori” (Paus. IX 36, 4). Noi oggi sappiamo che questa struttura non era in realtà un deposito di tesori (o forse sì, se intesi come corredi), ma una tomba.

È interessante sottolineare che questo tipo di architettura funeraria sia tradizionalmente associata ai più alti vertici del potere miceneo (teoria che forse potrebbe essere smentita dalla situazione a Micene, dove il loro numero è troppo elevato), al contrario delle tombe a camera forse più legate alla middle-class. Tebe invece, altro importantissimo centro della Beozia e sede di uno dei più raffinati palazzi, non ha al momento restituito evidenze di tholoi.

Malgrado la copertura superiore non sia preservata, e il dromos (corridoio) di accesso sia stato smantellato poco più di 150 anni fa per costruirci una chiesa (con grande disappunto di Schliemann, che indagò il sito), sono molte le somiglianze con un altro “tesoro”: quello di Atreo a Micene, anch’esso una tholos micenea. Le due tombe infatti, tra le altre analogie, presentano una piccola camera secondaria rettangolare laterale accessibile dall’ambiente circolare principale.

L’ingresso preserva ancora la soglia composta da due blocchi di pietra che presentano scanalature che potrebbero testimoniare, secondo Frazer, un sistema di chiusura attraverso una porta a doppio battente. Il materiale da costruzione impiegato per tutta la tomba, ad eccezione della raffinatissima copertura della camera secondaria che vedremo oltre, è un marmo blu-nerastro (colore evidente in frattura) verosimilmente cavato presso Lebadeia, che solo con l’esposizione agli agenti atmosferici assume la tinta chiara e giallastra oggi più evidente (Schliemann 1881).

All’interno della camera principale, di pianta perfettamente circolare, sorge al centro una struttura più tarda, verosimilmente di età macedone, da interpretare come altare o come basamento per statue. Frammenti di decori architettonici e di una figura femminile drappeggiata sembrano confermarne la datazione.

Camera interna della tholos
Camera interna della tholos con l’altare/basamento più tardo

I blocchi interni, come quelli dei più bei esempi da Micene, sono accuratamente squadrati e levigati. È interessante notare che dal quinto corso in poi, quasi ogni blocco presenta un foro, perfettamente allineato agli altri, che verosimilmente era l’alloggiamento per una placca bronzea a rosetta. Questo raffinato apparato decorativo doveva intensificarsi in corrispondenza dell’apertura verso la camera secondaria, evidentemente un luogo privilegiato, dove i fori sono molto più numerosi e ravvicinati.

Ed ora, come se non bastasse, veniamo al “pezzo forte”, la camera laterale. A dispetto dell’odierno poco invitante, poiché privo dell’apparato decorativo, e scuro ingresso, questo ambiente è una delle più sofisticate produzioni dell’arte micenea. La meraviglia si offre ai nostri occhi sollevando lo sguardo: il soffitto, realizzato con quattro lastre di scisto verdognolo molto chiaro, è magnificamente scolpito a rilievo con una raffinatissima decorazione che sembra trarre forse ispirazione da un motivo tessile, probabilmente un tappeto o un arazzo.

Partendo dai margini esterni, una prima fila di rosette, del tutto simili a quelle che conosciamo sia dagli affreschi che da altri rilievi micenei (e minoici), definisce il campo ad un pattern a spirali correnti completate da un riempitivo a motivo vegetale. Lo stesso schema compositivo viene riproposto al centro: due file di rosette che inquadrano il pattern a spirali correnti.

Tesoro di Minias
Il raffinatissimo soffitto della camera laterale

La camera doveva essere in origine ancora più opulenta, tutte le pareti infatti erano verosimilmente rivestite con la stessa decorazione. Alcuni frammenti sono ancora visibili agli angoli in corrispondenza del pavimento. Anche l’ingresso, oltre alle già citate rosette in bronzo, presenta evidenze di una decorazione a rilievo e un probabile sistema di chiusura, mentre il pavimento, allo stesso livello della camera principale, è ricavato direttamente dal banco roccioso livellato e spianato.

Camera laterale Tesoro di Minias
I resti della decorazione delle pareti, in basso si vede una rosetta

Monastero di Koimesis Skripou

A due passi dalla tholos di Minias è possibile visitare il monastero di Koimesis Skripou con la chiesa della Dormizione di Maria (Ieros Naos Koimiseos Theotokou – Panagia Skripou). L’edificio sacro, che risale all’874, è una delle più antiche costruzioni ortodosse della Grecia, ed è eretto con moltissimo materiale di reimpiego, forse proveniente dal tempio delle Cariti (Grazie) citato da Pausania e che doveva sorgere proprio su questo luogo: “il più antico di tutti [santuario] è quello delle Cariti, nel quale ci sono delle pietre che venerano in modo particolare […] le statue artisticamente realizzate, invece, furono dedicate ai tempi miei e sono anch’esse in pietra” (Paus. IX 38, 1).

Nel cortile del monastero sono inoltre stati ritrovati i resti di una struttura di età micenea, tradizionalmente riconosciuta come un edificio palatino vista la sua pianta a megaron, dal quale provengono i bellissimi affreschi ora esibiti al museo di Tebe.

Una nota del tutto personale: è piuttosto inconsueto che un “palazzo” miceneo sorgesse su un terreno pianeggiante e basso, così in prossimità di una tomba a tholos (e quindi verosimilmente all’esterno del circuito fortificato), soprattutto se considerato che a pochi passi inizia la salita verso il rilievo dove sorge l’acropoli. Che possa forse trattarsi di un altro tipo di edificio, di certo prestigioso, sul modello ad esempio del West House Group di Micene?

Affresco con carro da Orcomeno
Affresco con carro da Orcomeno
Affresco con caccia al cinghiale da Orcomeno
Affresco con caccia al cinghiale da Orcomeno

Gli straordinari affreschi sono pertinenti forse a due composizioni principali. La prima (seguendo l’ordine di esposizione al museo di Tebe), ricorda il tema dell’affresco miniaturistico della Casa Ovest di Akrotiri (ne avevo parlato in questo articolo) e si compone di tre scene: una grande imbarcazione a remi dove spicca un personaggio più importante, forse il comandante; la raffigurazione di due edifici tripartiti dall’architettura raffinata, uno dei quali sormontato da guerrieri con lancia ed elmo a zanne di cinghiale (tipico miceneo); gli stessi personaggi armati compaiono anche nell’ultima scena associati a personaggi maschili in tenuta “civile” e a elementi vegetali / floreali.

L’altro episodio raffigurato è una bellissima, lasciatemelo dire, scena di caccia al cinghiale. Alla battuta partecipano dei personaggi maschili appiedati (forse gli stessi dell’affresco prima citato), coadiuvati da cani pezzati con tanto di collare. Il paesaggio è suggerito dalla presenza di elementi vegetali e la composizione, nonché la dinamicità, sono davvero straordinarie. Anche l’auriga, verosimilmente una figura di spicco viste anche le sue maggiori proporzioni, poteva essere pertinente alla stessa scena.

Alla ricerca del tempio di Eracle

Uno dei quesiti archeologici ancora irrisolti di Orcomeno è la localizzazione di quello che Pausania descrive “dista sette stadi da Orcomeno un tempio con una piccola statua di Eracle. Qui sono le sorgenti del fiume Melane, e anche questo Melane si getta nel lago Cefiside” (Paus. IX 38, 6). Purtroppo, come spesso accade, la localizzazione è tutt’altro che semplice. Sia Schliemann che De Ridder hanno provato ad associare degli (scarsi) rinvenimenti a questo edificio, ma nessuna ipotesi sembra ricalcare alla perfezione la descrizione del Periegeta.

Sorgenti del Melane
Sorgenti del Melane

Sulle orme di Pausania, mi sono quindi incamminato pure io alla ricerca dei resti del tempio, in realtà una scusa per esplorare le pendici nordorientali dell’acropoli di Orcomenos dove, ancora oggi, sgorga il fiume Melane. Il suo nome deriva dal colore “nero” (μέλας) delle acque, intese come perfettamente trasparenti e prive di inclusi riflettenti. È interessante notare che proprio questo corso d’acqua sfocia nella Megali Katavothra, nei pressi di Gla (vedi l’articolo dedicato).

Superata l’antica fonte Acidalia tutt’ora esistente, anch’essa citata da Pausania, si snoda un bel percorso pedonale dove è possibile ammirare, oltre alle sorgenti e alla folta vegetazione, una piccola nicchia votiva, raggiungibile con una passerella sull’acqua, ancora oggi oggetto di devozione. Magari l’antico tempio sorgeva proprio qui.

Sorgenti del Melane Orcomeno
La nicchia votiva presso le sorgenti del Melane

… e l’acropoli?

Domanda lecita, io vi assicuro che ce l’ho messa tutta a raggiungere la sommità dell’acropoli, ma un po’ per la temperatura e un po’ per la mancanza di un sentiero ben tracciato, ho dovuto rinunciare all’impresa dopo quasi un’ora di camminata… in salita… tra i sassi e i rovi.

Di certo Pausania, che descrive in modo preciso tutta l’acropoli, fin su in alto, obbediva al precetto “mens sana in corpore sano”!

Acropoli Orcomeno
Il punto più alto dell’acropoli che sono riuscito a raggiungere.

Consigli di lettura

  • De Ridder, A. 1895, Fouilles d’Orchomène, in Bulletin de correspondance hellénique, vol. 19, pp. 137-224.
  • Frazer, J.G. 1898, Pausanias’s Description of Greece Vol. V, London, pp. 110-130.
  • Pausania, Viaggio in Grecia: Beozia Libro IX, edizione curata da S. Rizzo.
  • Schliemann, H. 1881, Exploration of the Boeotian Orchomenus, in The Journal of Hellenic Studies, vol. 2, pp. 122-163.
  • Torelli, M., Mavrojannis, T. 2002, Grecia (Guide Archeologiche Mondadori), Milano, pp. 172-173.