L’ottima scusa per l’ultima – in senso cronologico – veloce capatina ad Atene è la mia tesi magistrale. Ma la Grecia offre troppe distrazioni per i deboli di cuore come me, ed eccomi infatti al Pireo di buon’ora per salire a bordo del primo traghetto per Egìna, la nota isola del Golfo Saronico. In poco più di mezz’ora la sgangherata, ma incredibilmente veloce, imbarcazione mi scarica all’omonima cittadina portuale (famosa, se così si può dire, per il sito di Kolonna) dove mi aspetta un’altrettanto sgangherata Chevrolet a noleggio, evidentemente reduce da una estate impegnativa. La mia prima tappa è pochi kilometri a sud-est, ai piedi del monte Oros, il cui profilo è ben visibile sin da Atene.

Il santuario di Zeus Hellanios è una meta oggi certo non molto nota, e per raggiungerlo serve armarsi di un po’ di pazienza e di scarpe comode (non come me, vedi oltre), perché è necessario fare una, non troppo faticosa, scarpinata. Le pendici del Monte Oros sono infatti molto sassose e coperte, almeno in questa stagione, da una bassa ma pungente vegetazione.

L’identificazione del complesso è stata resa possibile solo grazie al ritrovamento nelle sue immediate vicinanze di una hydria in bronzo con dedica (Penrose Harland 1925); inizialmente si riteneva infatti che corrispondesse al celeberrimo tempio oggi invece attribuito ad Afaia (Cockerell 1860; Harland 1966, p. 83).

Monte Oros Egina
Sentiero alle pendici del Monte Oros verso il santuario di Zeus Hellanios

L’epiteto Hellanios (o, alla ionica, Hellenios) è strettamente legato al mutevole e variegato panorama mitologico dell’isola. Seguendo quando ricorda Pausania: Èaco – leggendario re dell’isola, figlio di Zeus e della ninfa Egina – viene incaricato da una delegazione di Greci (da qui: Zeus “degli Elleni / Greci”, vedi un approfondimento cliccando qui alla voce PANHELLE′NIUS), su prescrizione della Pizia, di intercedere presso il padre per porre fine a una terribile siccità. Per una disamina completa delle fonti letterarie (compreso Pindaro), consiglio Polinskaya 2013.

Da tempo un caldo torrido soffocava la Grecia, e il dio non mandava pioggia né al territorio oltre l’istmo né al Peloponneso: finché i Greci inviarono messi a Delfi, a domandare quale fosse la causa e insieme a chiedere la fine del male. Ai messi la Pizia rispose di propiziarsi Zeus; occorreva però che a supplicarlo fosse Eaco, se si voleva che Zeus desse loro ascolto. Così da ogni città spediscono messi a pregare Eaco; questi destinò sacrifici e preghiere a Zeus Panhellenios e così ottenne che in Grecia piovesse […]. Il monte Panhellenion non aveva ai miei tempi nulla di notevole, tranne il santuario di Zeus. Dicono che questo santuario l’abbia dedicato Eaco a Zeus.

Pausania II 29, 7-8; 30, 4.

Come sottolinea Polinskaya, la divinità qui venerata era quindi legata verosimilmente alla “grazia” di aver fatto piovere, della quale, in un qualche modo, ha beneficiato l’intera grecità. Malgrado questa ostentata vocazione “panellenica” (lo stesso Pausania utilizza l’epiteto Panhellenios), il santuario non appare equiparabile ai grandi centri come Delfi, Olimpia, Nemea o Istmia, e sembra più prudente legarlo ad un’orbita locale, o al massimo regionale (Polinskaya 2013, pp. 337-343).

La struttura del santuario

Ultimata la salita del ripido sentiero si giunge dinanzi ad una struttura dalla spiccata monumentalità composta da un grande ed elegante terrazzamento realizzato con una muratura in tecnica isodoma, fiancheggiato sulla destra (ovest) da un’ampia scalinata a profondi gradoni. Anche l’altro lato, come appare evidente dai cospicui – per quanto frammentari – resti, doveva essere equipaggiato con un ulteriore terrazzamento.

Muro di terrazzamento
Il muro di terrazzamento a sinistra della scalinata

Sulla sommità oggi è installata la piccola chiesa bizantina del XIII sec., forse su una preesistenza cristiana (McGilchrist’s 2010, p. 59), dedicata a Taxiarchis, l’Arcangelo, realizzata con materiale di spoglio proveniente dalle più antiche strutture del santuario (da notare anche la probabile base di statua, riconoscibile dai due fori). L’edificio è circondato da un temenos che racchiude al suo interno anche una serie di piccoli vani/celle rettangolari.

Chiesa bizantina dedicata all'Arcangelo
La chiesa bizantina all’interno del temenos

Le indagini archeologiche, malgrado le criticità ben riassunte da Polinskaya, hanno permesso di individuare almeno due fasi costruttive. La più antica, di età arcaica, della quale sopravvivono i grandi muri di terrazzamento ed una struttura a sud, superata la scalinata, dalla forma allungata e interpretata come un possibile hestiatorion (sala da banchetti). Cospicue tracce di preparazione e consumo di carne sono state infatti ritrovate nelle immediate vicinanze, soprattutto nel riempimento del terrazzamento (Polinskaya 2013, pp. 324-325).

Santuario Zeus Hellanios hestiatorion
In evidenza l’angolo sud-occidentale del temenos bizantino, costruito al di sopra dell’hestiatorion

All’epoca ellenistica, durante la dominazione degli Attalidi, risale invece la seconda fase edilizia. In modo coerente agli altri grandi piani architettonici e urbanistici che caratterizzano questa dinastia, il santuario viene dotato di una grande stoà sulla porzione più orientale, a ridosso di uno sperone roccioso. L’edificio, utile all’accoglienza degli astanti e a monumentalizzare ulteriormente l’area, sembra essere articolato in tre portici, disposti a forma di Π attorno ad un cortile centrale allungato, del quale sopravvivono le murature perimetrali e le basi delle colonne (oggi poco apprezzabili a causa della vegetazione).

Stoà di Zeus Hellanios
La stoà alla fine della campagna di indagini (Blackman 1997-1998)

Spostandosi più a sud, salendo le pendici del monte Oros, si incontrano infine due cisterne, almeno parzialmente antropizzate e regolarizzate con murature. La presenza di queste strutture, e la precedentemente mezionata hydria con dedica (tipo di vaso specificatamente legato all’acqua), sembrerebbero legarsi alla divinità tutelare (Zeus Hellanios), qui fortemente legata alla pioggia (e quindi all’acqua) salvifica. Tuttavia, come ricorda Polinskaya, l’approvvigionamento idrico è una necessità primaria per lo svolgimento anche delle quotidiane attività di un santuario, non necessariamente legate a cerimonie o rituali (Polinskaya 2013, pp. 326-327).

È da segnalare che le indagini archeologiche condotte nel 2000 hanno recuperato dal fondo delle cisterne, prosciugate dalla stagione secca, frammenti di ceramiche anche pertinenti ad un orizzonte cronologico dall’età arcaica a quella ellenistica, confermando quindi la presenza e l’utilizzo di queste installazioni sin dalle fasi più antiche (Blackman [Goette] 2000, p. 18).

Se alle pendici dell’Oros è quindi riconoscibile una serie di edifici e strutture che sembrano essere destinate soprattutto all’accoglienza e alla distribuzione di pasti agli astanti, sulla sua cima doveva forse essere collocato il tempio. Qui, dove oggi sorge la piccola chiesa dedicata all’Assunzione di Maria (e/o al profeta Elia), alcuni resti architettonici sembrano infatti indicare l’antica esistenza di un altare e forse di un piccolo naiskos di età arcaica, nonché di un insediamento fortificato del Medio (o Tardo) Bronzo (Blackman [Goette] 2000-2001, pp. 18-19; Harland 1966, p. 83; per la ceramica micenea vedi in particolare Hiller 1975: dal monte Oros p. 9, n. 18).

Il santuario di Zeus Hellanios doveva quindi essere articolato in una porzione alta e una bassa, con destinazioni peculiari: gli astanti, dopo aver compiuto i sacrifici sulla cima dell’Oros, dovevano verosimilmente scendere fino alle sue pendici per riunirsi in un banchetto comunitario (Blackman [Goette] 1998-99, p. 20).

Santuario di Zeus Egina

Purtroppo il tempo stringe (e un pochino pure le scarpe), e devo velocemente abbandonare il sito per recarmi a Kolonna. Dopotutto sono qui per la mia tesi.


Letture consigliate

  • Blackman, D. 1997-1998, Archaeology in Greece 1997-98, Archaeological Reports, 44, pp. 1-136.
  • Blackman, D. 1998-1999, Archaeology in Greece 1997-99, Archaeological Reports, 45, pp. 1-124.
  • Blackman, D. 2000-2001, Archaeology in Greece 2000-2001, Archaeological Reports, 47, pp. 1-144.
  • Cockerell, C.R. 1860, The temples of Jupiter Panhellenius at Aegina and of Apollo Epicurius at Bassae near Phigaleia in Arcadia, Londra.
  • Harland, J.P. 1966, Prehistoric Aigina. A history of the Island in the Bronze Age. A dissertation…, Roma.
  • Hiller, S. 1975, Mykenische Keramik (Alt-Ägina IV, 1), Mainz.
  • McGilchrist’s, N. 2010, Greek Islands. 7. The Argo-Saronic Islands, Londra.
  • Penrose Harland, J. 1925, An Inscribed Hydria in Aegina, American Journal of Archaeology, 29.1, pp. 76-78.
  • Polinskaya, I. 2013, A Local History of Greek Polytheism. Gods, People, and the Land of Aigina, 800–400 bce, Leiden e Boston.
  • Welter, G. 1938, Aeginetica I–XII, Archäologischen Anzeiger, 1938, pp. 1-33.