Il Museo Fortuny di Venezia ospita una interessante mostra su uno dei miei argomenti preferiti: il ruolo del passato, e in questo caso specifico delle rovine, nella costruzione del presente. Questa raccolta è anche lo spunto per riflettere sul processo che porterà inevitabilmente il nostro presente ad essere una rovina per il futuro. Devo ringraziare, come spesso succede, Chiara M. S. che mi ci ha accompagnato.

Questa mostra porta però anche ad interrogarmi su un ulteriore aspetto: come il presente crei una propria visione del passato non scevra da interpretazioni, e spesso giudizi, basati sulla proiezione dei valori e sistemi contemporanei in contesti ed orizzonti cronologici ad essa estranei. Studiando archeologia si inciampa spesso in operazioni simili, basti pensare ad esempio al caso di Evans e dell’elaborazione del concetto dei palazzi e della talassocrazia minoici e del restauro di Cnosso.

Palazzo Fortuny
La collezione permanente dialoga con opere contemporanee

Mariano Fortuny stesso, il collezionista che ha dato vita al museo e che è lo spirito guida anche di questa mostra, ha avuto un rapporto d’eccezione con l’arte minoica, dalla quale ha tratto molte ispirazioni per la sua produzione artistica e di tessuti (I. Caloi, Modernità Minoica L’Arte Egea e l’Art Nouveau: il Caso di Mariano Fortuny y Madrazo, Firenze University Press, 2011).

 Palazzo Fortuny
La produzione di Mariano Fortuny ispirata all’arte minoica

La mostra integra quindi opere contemporanee create ad hoc, la collezione permanente del museo e prestiti dall’Hermitage, con lo scopo di far riflettere sul concetto più ampio di rovina. L’Italia, più di ogni altra nazione in Europa, ha un rapporto viscerale e quotidiano con i resti del passato e il percorso espositivo punta a sottolineare i processi creativi di utilizzo di questa “ingombrante” eredità.

Nell’auspicio dei curatori Daniela Ferretti, Dimitri Ozerkov e Dario Dalla Lana, “pensare alle rovine può essere fonte di nuova consapevolezza stimolando, da un lato, l’esercizio della memoria, dall’altro, la progettualità”. Un augurio che si incarna, come accennato prima, proprio nell’attività di Fortuny. La mostra infatti continua al primo piano nobile, dove si integra con la casa e la collezione permanente frutto del gusto del suo proprietario. Rovine e reliquie di tanti passati si stratificano nelle sale e dialogano con le opere contemporanee.

All’ultimo piano continua il dialogo tra rovine e riflessione contemporanea, con una particolare attenzione a stampe, incisioni e libri. Il contesto stesso del grande portego, volutamente non restaurato, contribuisce ad accrescere questo senso di nostalgica e compiaciuta contemplazione dello sfacelo. Una eccezione è lo studiolo di Mariano Fortuny, lasciato quasi come se il proprietario si fosse appena allontanato.


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