Pochi giorni prima della mia partenza per la Grecia ho avuto la fortuna di visitare il ninfeo della palladiana Villa Barbaro a Maser, generalmente non accessibile, sfruttando una delle aperture estive. Questa struttura, che del rigoroso segno del Palladio ha ben poco, come vedremo oltre, sembra potersi collegare, secondo l’acuta analisi di Lewis (Lewis 1980), alla descrizione di Pausania dell’oracolo di Trofonio a Lebadea in Beozia. Oggi mi trovo proprio in quest’ultima località beota, poi proseguirò verso Delfi.

Lebadea è infatti collocata lungo la strada che già in antichità collegava Orcomeno (e quindi allargandosi tutti i centri della Beozia, nonché Atene) a Delfi. La città è piacevolmente curata e valorizzata, aspetto non scontato per un piccolo centro greco, ed è possibile visitare il sito che tradizionalmente viene riconosciuto come l’oracolo di Trofonio, ma che con tutta probabilità non è il “sacro speco” così ben descritto dal Periegeta che non solo lo visitò, ma lo consultò in prima persona sottoponendosi ad una complessa preparazione.

Lebadea Oracolo di Trofonio
Il sito tradizionalmente riconosciuto come l’oracolo di Trofonio

Secondo quanto riporta Pausania, l’accesso all’oracolo di Trofonio prevedeva un lungo ed articolato cerimoniale che culminava nella vera e propria discesa all’interno dell’angusto (è quasi un eufemismo) anfratto sacro, ma a questa erano previsti una serie di riti di preparazione e conclusione che si svolgevano in altri luoghi vicini. Lebadea ospitava quindi più propriamente un complesso oracolare che coinvolgeva più elementi sia antropici che naturali: santuari, templi, la sistemazione della grotta, boschi sacri e sorgenti.

Quello che è oggi visitabile, tradizionalmente riconosciuto come l’oracolo, è quindi solo una parte di esso, e non è ancora stato scoperto, come già anticipato sopra, il “sancta sanctorum”, che forse è da localizzare nelle vicinanze del tempio di Zeus Basileus. L’importanza di questo centro sacro, “l’ultimo oracolo greco a chiudere i battenti, […] ancora attivo in epoca cristiana” (Carabelli 2002), appare evidente anche dalle sculture che ospitava, sempre ricordate da Pausania, realizzate da Prassitele e addirittura Dedalo. L’inno omerico ad Apollo celebra inoltre la figura di Trofonio ricordandolo, assieme al fratello Agamede, come il primo architetto del tempio di Apollo a Delfi. Tuttavia, come spesso accade, non esiste una versione unica e concorde del mito legato a questo “eroe”, la cui stessa paternità è riconosciuta in Zeus, Apollo e Ergino (sovrano di Orcomeno).

“Così disse Febo Apollo, e gettò fondamenta ampie, lunghe tutto il perimetro; su di esse posero un basamento di pietra Trofonio e Agamede, figli di Ergino, cari agli dèi immortali;”

Inno omerico ad Apollo, 294-296.

Oracolo di Trofonio
Il sito tradizionalmente riconosciuto come l’oracolo di Trofonio

Tralasciando per ora l’aspetto della monumentalizzazione dell’antro oracolare, che è più utile descrivere confrontandolo con il ninfeo di Villa Barbaro a Maser (vedi oltre), è interessante ricordare alcuni passi di Pausania che descrivono il centro di Lebadea e la sua area.

Pianta di Lebadea
Lebadea, Mappa base ©Google

Il Periegeta cita il fiume Ercina, il cui corso è possibile percorrere in estate data la sua natura stagionale, che in passato separava la città dal bosco sacro. Sulle sue sponde sorgevano varie strutture e templi, e si aprivano numerosi anfratti dai quali sgorgano tutt’oggi le acque che lo alimentano. Bonnechere, uno dei principali accademici che si è occupato dello studio dell’oracolo di Trofonio, ipotizza che le numerose chiese e cappelle, che punteggiano il breve tratto del fiume, sorgano sulle antiche strutture, ed anche il possente torrione catalano medievale, che fa da cerniera tra l’attuale centro abitato e il percorso storico-naturalistico, sembra essere costruito con materiali di reimpiego.

Il cerimoniale per interrogare l’oracolo di Trofonio descritto da Pausania contemplava una lunga fase di preparazione e purificazione che prevedeva dapprima il ritiro presso la cappella del Buon Demone e della Buona Tyche con frequenti abluzioni nelle fredde acque dell’Ercina. Dopo aver compiuto vari sacrifici seguiti dalla consultazione con esito favorevole delle viscere delle vittime, l’aspirante consultatore veniva condotto nottetempo a due sorgenti – oggi diversamente riconosciute nelle varie grotte che si aprono lungo il corso dell’Ercina – dalle quali doveva abbeverarsi: Lete, la “dimenticanza” che l’avrebbe aiutato a dimenticare tutti i suoi pensieri, e Mnemosine, la “ricordanza” che gli avrebbe fatto ricordare il responso oracolare. Una volta ammirata la statua lignea di Dedalo, l’interessato veniva abbigliato in modo consono e finalmente accompagnato alla grotta oracolare, dove si sarebbe dovuto preparare ad una ardua discesa e a scivolare, aiutandosi con dell’olio che gli veniva cosparso sul corpo, nell’angusto anfratto. Una volta ricevuto l’oracolo, gli officianti procedevano a farlo riemergere dalla grotta e, una volta condiviso il responso, a riconsegnarlo alla vita quotidiana.

“[…] mentre ancora è in preda al terrore e ugualmente incapace di riconoscere se stesso e il prossimo suo, lo trasportano in quella cappella ove anche prima aveva dimorato […]. In seguito, però, riacquisterà tutti i suoi sentimenti non meno di prima e gli ritornerà la facoltà di ridere. E scrivo questo non per averlo sentito dire, ma in quanto ho visto altri coi miei occhi e sono andato io stesso a consultare il Trofonio.”

Paus. IX 39, 13-14.

Come ricorda Carabelli “nel rituale descritto da Pausania alcuni interpreti hanno voluto vedere la sopravvivenza di un arcaico culto sciamanico dedicato a divinità della terra e delle sorgenti sotterranee […]. Sul piano simbolico, l’entrata nella grotta sarebbe una vistosa inversione del percorso della nascita e l’uscita il ritorno dalla morte, ovvero una ripetizione della nascita”.

Nicchie sacre lungo l'Ercina
Nicchie sacre lungo l’Ercina

La struttura che oggi attira più l’attenzione è il grande anfratto, di certo regolarizzato e modellato dall’uomo, che si apre a circa un metro di altezza nel banco roccioso vicino alla fortezza catalana. Questa è nota in letteratura come “grotte aux banquettes” (Bonnechere 2003) data la presenza di due banchine laterali, anch’esse scavate nella roccia. Come ricorda Frazer, i resti della decorazione pittorica erano ancora visibili all’inizio del XIX sec. Alcuni studiosi hanno qui voluto individuare i resti del tempio dedicato ad Ercina, oppure della cappella del Buon Demone e della Buona Tyche, ma non sembrano esserci sufficienti testimonianze che possano corroborare tali ipotesi, anche se questo ambiente è “sans doute antérieure à l’époque romaine” (Bonnechere 2003).

Grotte aux banquettes
La cd. grotte aux banquettes

L’oracolo di Trofonio e la Villa Barbaro a Maser, Treviso

A poca distanza da Treviso sorge la magnifica villa cinquecentesca progettata dal Palladio per i fratelli Barbaro e ornata dagli affreschi del Veronese e le decorazioni scultoree in stucco del Vittoria e dello stesso Marc’Antonio Barbaro. Non mi soffermerò sul dialogo tra gli ambienti esterni e quelli interni, e tra il paesaggio reale e quello dipinto, ma basti ricordare che questo edificio rappresenta uno dei punti più alti della concezione, tutta veneziana, della villa come edificio sia di delizie, che soprattutto di sfruttamento agricolo.

Villa Barbaro a Maser
Villa Barbaro a firma del Palladio e con decorazioni del Veronese, Vittoria e Marc’Antonio Barbaro

Sul retro della villa, in diretta comunicazione con la monumentale Sala dell’Olimpo, si apre il ninfeo, generalmente non accessibile al pubblico. È da notare che la presenza di questa tipologia di ambiente esterno è rarissima nell’architettura veneta cinquecentesca e rappresenta quasi un unicum che verosimilmente guarda ai modelli romani e toscani. Altra “stranezza” è che l’architettura del ninfeo appare estranea ai canoni palladiani sia per quanto riguarda la partitura che le proporzioni e l’apparato decorativo.

Ninfeo di Villa Barbaro a Maser
Il ninfeo di Villa Barbaro

L’emiciclo, come analizzato da Kolb, è ricordato nella corrispondenza tra Daniele Barbaro e Giulia da Ponte (1558) come una “bella e divina fonte” e un “nuovo Parnaso”. L’apparato scultoreo è realizzato in stucco verosimilmente dallo stesso Marc’Antonio Barbaro e ritrae divinità ed eroi antichi disposti in modo da sottolinearne le relazioni antitetiche, come ad esempio Atteone e Diana. Ma ad attirare l’attenzione di Lewis è soprattutto il sacello centrale modellato parzialmente a grotta, definito dallo studioso come “uno spazio del tutto singolare: invece di un ricco ambiente senza architettura, troviamo una nitida cella prismatica, adorna da belle lesene ioniche, con uno splendido sistema di cornici e una volta magnificamente dipinta dal Veronese” (Lewis 1980).

Sul fondo trova spazio una raffigurazione piuttosto diffusa nei ninfei cinquecenteschi: la personificazione di un fiume che funge da fontana e un trattamento a finta grotta della parete. La piccola statua a sinistra è però del tutto peculiare, questa sembra infatti rappresentare una bambina che regge tra le mani un’oca, un’iconografia decisamente poco comune.

Tuttavia esiste una descrizione puntuale di questo gruppo proprio in Pausania nel capitolo dove descrive l’oracolo di Trofonio, ed è utile ricordare che la guida del Periegeta circolava ampiamente nei raffinati circoli culturali veneziani assiduamente frequentati dai Barbaro (almeno una copia in greco era accessibile alla Biblioteca Marciana), e che diversi passi legati proprio alla descrizione dell’oracolo comparivano tradotti in altre pubblicazioni come “Le imagini con la sposizione de i dei de gli antichi” (II ediz 1571) di Vincenzo Cartari.

“Sulla sponda del fiume c’è un tempio di Ercina e in esso la statua di una fanciulla che tiene in braccio un’oca. Nell’interno della grotta ci sono le sorgenti del fiume e delle statue stanti: intorno agli scettri che esse reggono sono avvolti dei serpenti”.

Paus. IX 39, 3.

Oltre alla fanciulla con l’oca, anche la descrizione delle figure stanti con scettri avvolti dai serpenti sembra trovare riscontro nel ninfeo. Nel tondo della volta, a firma del Veronese, è infatti raffigurata la “Pace, intesa come Venezia trionfante” (Lewis 1980) che tiene saldamente proprio uno scettro che mostra tracce di un elemento che si avviluppa tutto attorno ad esso.

Sculture ninfeo Villa Barbaro
La statua della fanciulla con in braccio un’oca
Paolo Veronese Villa Barbaro
Venezia trionfante con lo scettro “intrecciato di serpenti”

Tuttavia, sempre seguendo l’interpretazione di Lewis, il sacello del ninfeo di Villa Barbaro non è una riproduzione del tempio di Ercina a Lebadea, ma sembra combinare diversi elementi – quelli evidentemente più appropriati al programma dettato dai Barbaro – descritti da Pausania, sempre nel capitolo sull’oracolo di Trofonio. Le due sculture nelle nicchie rappresenterebbero infatti il Genio (Buon Demone) dei Barbaro e la Fortuna Provvidenziale (Buona Tyche), le divinità titolari già ricordate sopra collegate ai riti di purificazione che precedevano la discesa nella grotta sacra del Trofonio. Quest’ultima, che prima ho lasciato in sospeso, viene descritta da Pausania come:

“non naturale, ma costruita con arte e proporzioni perfette. La forma di questa costruzione somiglia a quella di un forno”

Paus. IX 39, 9-10.

L’ambiente più retrocesso del ninfeo sembra in effetti restituire questa idea di spazio commisto di elementi naturali-irrazionali e progettati-razionali, ed uscire alla luce dopo aver visitato questo angusto spazio ombroso, sembra in qualche modo ricordare, anche se in modo decisamente più comodo e meno scioccante, la risalita dall’oracolo di Trofonio. Vi assicuro che sono tornato a ridere subito dopo grazie al prosecco offerto a conclusione della visita guidata.

Per economia di spazio non ho potuto ricordare tutte le implicazioni dell’intuizione di Lewis, invito perciò alla lettura completa del suo contributo, accessibile da qui. È inoltre doveroso ricordare che sembrano evidenti anche molte somiglianze tra il ninfeo di Villa Barbaro e quello di Villa Giulia a Roma (vedi l’articolo dedicato), in particolare l’animale alato al centro della nicchia principale – interpretato come oca a Maser e come cigno a Roma – e l’impianto rigorosamente architettonico di entrambi gli ambienti.


Consigli di lettura

  • Bonnechere, P. 2003, Trophonios de Lébadée: cultes et mythes d’une cité béotienne au miroir de la mentalité antique, Leiden-Brill-Boston.
  • Carabelli, G. 2002, Oracoli pagani nel Rinascimento: la riscoperta di Trofonio, I Castelli di Yale, 5, pp. 51-64.
  • Frazer, J.G. 1898, Pausanias’s Description of Greece Vol. V, London, pp. 196-204.
  • Kolb, C e Beck, M. 1997, The Sculptures on the Nymphaeum Hemicycle of the Villa Barbaro at Maser, Artibus et Historiae, Vol. 18, No. 35, pp. 15-33+35-40.
  • Lewis, D. 1980, Il significato della decorazione plastica e pittorica a Maser, Bollettino del Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio Vicenza, XXII-I, pp. 203-220.
  • Pausania, Viaggio in Grecia: Beozia Libro IX, edizione curata da S. Rizzo.
  • Simonetta, R. 1994, Nascita dell’oracolo di Trofonio, Aevum, 68-1, pp. 27-32.
  • Torelli, M., Mavrojannis, T. 2002, Grecia (Guide Archeologiche Mondadori), Milano, pp. 172-173.